Le rughe dei ricordi Il pensiero è quel lato oscuro di una porta chiusa, si riapre solo per accogliere qualche lacrima pianta di un oggi che appena ci lascia, mentre le ombre serali incombono ed opprimono… Rammentava con voce roca fra i segni della sua corrucciata espressione, solo il silenzio a volte si riappropriava di quel nulla sospeso fra il grigio di quelle cose, quasi inutili, abbandonate a caso fra vecchie pieghe dell’anima, già inanimate. La finestra dischiusa sul cortile soleggiato, spaziava nel tempo inesorabilmente fermo, e come per incanto, penetravano con violenza le delicate essenze dei fiori del giardino. Raggomitolato sulle gambe stava un piccolo gatto, amico di quei vuoti spesso così profondi ed incolmabili che da sempre taceva. Davanti ai suoi, fissi, gli occhi espressivi di Roberto, suo unico nipote che di tanto in tanto allietava quelle ore che mai sembravano trascorrere, quasi pietrificate e tenute in trappola da una vecchia sveglia sul ripiano in penombra dell’entrata. Il rumore frettoloso dei minuti, si mischiava al cinguettio dei passeri, sembrava meno assurdo, ripetitivo, melanconico. Olga, era una donna ancora lucida, con una corporatura infragilita dall’età, ma interiormente possente, immensa e forte come l’oceano. Una mente vivida, precisa, attenta, e Roberto pareva perdersi in quei racconti che sua nonna meticolosamente esponeva con ostentata radiosità del volto. Più che racconti erano fatti di vita narrati, preziose parole di attimi mai riavuti lasciati appesi in vecchi solai della mente, di volta in volta riesumati come fantasmi ricercati ed avvezzi. Spesso ognuno di noi vi fa ritorno, per riappropriarsi di eventi appartenuti consegnati al mero oblio. Naufraghi, assieme a quelle tracce di memoria, mendici fluttiamo nell’oggi presente suggellato dal tempo impietoso, per inciso abbandoniamo ancora qualcosa con languore, inesorabile diverrà nuovo passato. Il segno del ricordo ci fa vivere una seconda volta, con emozioni intense e perdurevoli. Ricordare è essere esistiti. Olga era talmente minuziosa ed avida nei particolari, che chiunque l’ascoltasse si smarriva volentieri nel seguire con lei nel trascorso la sottile linea di quel confine, astratta orma del nostro ieri, su una battigia inesistente lambita dal nulla. Il dilemma del tempo. Roberto, era un bel ragazzo di 27 anni, alto, moro, e con un carattere solare. Amava tanto Olga, l’indole volitiva, l’energia instancabile di chi pareva trovare per ogni cosa un rimedio… Olga non aveva sostituti. Si divideva fra il lavoro, gli amici, e la sua cara nonna, s’identificava in quella personalità solida, e a cui si appoggiava di frequente. Ogni volta che ne aveva bisogno lei era li in impeccabile attesa, come se già sapesse, un punto estremo di riferimento nell’universo degli affetti più esclusivi. Era come una maestosa quercia, dalle secolari radici penetrate nelle visceri della terra, più che mai salda ed avvinta a quella rude pietra, su cui si ergeva. Immancabilmente andava a casa sereno, arricchito di nuove fibre nel cuore, impoverito da contatti sociali apparentemente significativi, che invece si rivelavano con amarezza e disagio ipocrite amicizie. “La gente non è come te, così sincero e leale! Se possono farti cadere verso il basso lo faranno… Ciò non deve deluderti, il male esiste da sempre, basta non raccoglierlo.” Rispondeva con patita accettazione verso il mondo, che conosceva così bene. Olga, parlava fiaccata dal caldo di un estate arrivata così prematura… Rivolgendosi al nipote e a quella creatura immobile, che si distingueva per quei occhi d’intenso blu cielo a cui mancava solo parola, Leo l’esile gattino pareva annuire con un flebile cenno di miagolio, rizzando le orecchie verso la voce. Il rimpianto, l’oscurità in cui si cela quello che ci ha inesorabilmente lasciato, si trova ad un passo appena indietro, ma… Tutto nella mente vacilla, ed esigue ombre e luci si inseguono. “Tutto ci lascia nella vita, e anche questi ricordi dopo di noi diverranno poco meno che polvere, ed aliti di venti li disperderanno su radure estreme e deserte… Ci sarà un altro esistere?” Fissava Olga, quelle fioche luci lontanissime di stelle che lentamente apparivano nel buio, mentre si chiedeva il perché della vita seppur credente, ora che vicina ai 90 anni avvertiva quel baratro nero a cui difficilmente poteva sottrarsi, almeno con il pensiero. Nessuna risposta esiste, e se anche vi fosse non sarebbe certezza, non basterebbe a smorzare la paura di un eterno spazio nero, l’infinitesima ed impietosa dimenticanza. Solo presenza indubbia di voragini, quando accanto siede una traccia d’ombra silenziosa, nei giorni di solitudine… Quel nipote era il ringiovanimento del cuore, stanco di pulsare, stanco di lottare contro le notti sempre più opache e spente… A lui dedicava ancora quei pochi momenti di forza, ma in se occultava la totalità delle proprie paure ancestrali, e quando Roberto se ne andava, quel vigore svaniva di colpo, e piangeva tutte le lacrime mai piante delle sue temute ed inconfessate paure. Non poteva cedere, appoggio creduto stabile e ardito, invece così debolmente persona. Doveva, per tutti essere sicurezza e guida, strada e percorso, sorriso e serenità. Sarebbero crollati quei castelli di sabbia colorata d’azzurro come le nuvole fantastiche che lo sovrastavano, rincorrendosi sul mare. Ma non poteva quasi più fingere, pensando al nulla della morte in cui si avverte il disorientamento dell’assoluta inutilità terrena. Era sola ormai da molti anni, da quando il suo caro compagno di vita, così chiamava amorevolmente il marito, se n’era andato. Fu un enorme distacco, qualsiasi cosa si ridusse a niente, ma sopravvisse, per la sua famiglia, il nipote Roberto, i suoi figli. Credutasi forte sino alla fine, sentiva però venire le sue forze sempre meno, pareva crogiolarsi nei ricordi sempre più remoti e lontani, come se rifiutasse la vita che inesorabile proseguiva. Nel contempo un acre ripudio verso gli altri, e voglia di stare sempre più sola, ricercando nella solitudine l’unica sensazione di potersi ritrovare in quel contatto irreale con le sue interiori defunte felicità. Il sole non era più quel sole vivo, che riscaldava il paesaggio in cui tutto era avvolto da nebbie perenni, le nubi scolorite scialbavano anche i fiori di quel giardino. Ne più profumi, ne più colori. Il tempo riprese rivalsa su quell’entrata in cui la sveglia ora rumoreggiava affannata e confusa. Il ticchettio convulsivo prendeva la testa, in quell’andirivieni di cupi battiti in un seguitare d’eco alla rinfusa. Il tempo era nuovamente padrone illimitato di essenze e materia. Osservava i muri in cui vedeva disegnarsi di luce sembianze. L’apparenza e lo specchio, un arma a doppio taglio che conflittuali distorcevano il suo essere divenuto emaciato e sottomesso. “Oggi, ho una ruga in più nell’anima dei ricordi…” Prona, seduta sulla sedia e un accenno di sorriso spirò. Non s’aprì quella porta al nipote Roberto, alla quale lui fino ieri, ed ogni giorno, aveva bussato e sua nonna sulla soglia l’aveva accolto… Rimase chiusa, chiusa per sempre. Di nuovo una porta chiusa e una lacrima pianta… Se n’era andata in solitudine, come aveva sperato, in sordina senza che nessuno capisse il suo dolore, e quella fragilità di vivere… Ora ondeggia sul proscenio innanzi al mare quella enorme quercia di nome Olga… Roberto siede sopra le sue radici le sfiora appena con la mano umida, l’abbraccia almeno un ultima volta. Un fiore del suo giardino getta sui fili d’erba mossi appena dal vento, un ricordo certo di quel passato, già nuovamente solo fragranza in dissolvenza. Roberta Vasselli Venezia, 1 luglio 2001